Don Giuseppe Diana, per tutti don Peppe o don Peppino, il prete anticamorra ucciso il giorno del suo onomastico.
Arturo Di Sabato
Giuseppe Diana, è nato il 4 luglio 1958 a Casal di Principe in provincia di Caserta, da Gennaro e mamma Iolanda proprietari terrieri. Nell’ottobre 1968 fece ingresso nel seminario di Aversa e poi nel Pontificio Seminario Campano Interregionale di Posillipo (Na) per proseguire gli studi teologici.
Il 14 marzo del 1982, venne ordinato sacerdote e da quel giorno per molti fu solo don Diana. Fu nominato guida spirituale degli scout (iscritto dal 1978) e cappellano dell’Unitalsi. Fu nominato anche segretario del Vescovo e si dedicò con fervore all’insegnamento delle materie letterarie e della religione cattolica. Amava molto il calcio e quasi ogni domenica andava al San Paolo di Napoli per seguire la squadra del cuore insieme ai giovani della sua comunità.
Il 19 settembre 1989 fu nominato Parroco della Parrocchia di San Nicola di Bari del suo paese nativo, ma l’impegno di Don Diana fu per il territorio e i problemi sociali cercando di aiutare le persone nei momenti difficili resi dalla camorra negli anni del pieno dominio del clan dei Casalesi, che non controllavano solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati anche negli enti locali tanto da diventare una “camorra imprenditrice”.
Nonostante le varie minacce subite, scrisse un bellissimo documento che molti definirono il suo testamento: “Per amore del mio popolo, non tacerò”; diffuso a Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe, della zona aversana e dai parroci della Forania per spingere a prendere coscienza del problema mafioso.
Nel breve estratto in seguito riportato, si avverte tutto l’impegno di don Peppe per la legalità e la lotta al crimine: “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra che è una forma di terrorismo che incute paura e impone le sue leggi.
L’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale. Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico erano da poco passate le 7.20 e Don Diana arrivò prima del solito in parrocchia dove ad aspettarlo c’era il sagrestano. Diede appuntamento dopo la messa in un bar a diversi amici per un dolce e un caffè. In chiesa c’erano già le parrocchiane, le suore e anche il suo amico fotografo Augusto di Meo che volle essere tra i primi a fargli gli auguri per il suo onomastico. Ma ad aspettare don Peppe sul piazzale della chiesa c’era anche un’altra persona di 39 anni con un giubbotto nero e capelli lunghi. Appena vide il prete entrare, scese dall’auto per avviarsi verso la sagrestia.
Don Peppe, nell’indossare i paramenti concordò con il suo amico Augusto l’appuntamento al bar. L’uomo entrò in sagrestia: «Chi è don Peppe?». Don Diana si girò e rispose: «Sono io». L’uomo tirò fuori la pistola e sparò quattro colpi, al volto e al petto e si dileguò. Don Peppe a solo 36 anni cadde in una pozza di sangue ma non ci fu niente da fare. Augusto, corse dai carabinieri a denunciare l’accaduto. Il 4 marzo 2004, la Corte di Cassazione condannò all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti quali coautori dell’omicidio, mentre Giuseppe Quadrano a 14 anni in quanto collaboratore di Giustizia. Ma prima della sentenza definitiva, ci furono vari tentativi di infangare la memoria di don Diana sin dalle prime ore dopo la sua morte, anche dall’ambiente ecclesiastico.

All’Angelus del 20 marzo 1994 San Giovanni Paolo II espresse il vivo dolore suscitato dalla notizia dell’assassinio di don Diana invitando tutti alla preghiera per la famiglia e per i suoi parrocchiani.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 21 marzo 2023 si è recato a Casal di Principe dove ha reso omaggio alla Tomba di don Diana. All’uscita ha incontrato i familiari e l’amico Augusto, testimone oculare dell’omicidio. Subito dopo si è recato all’Istituto tecnico Guido Carli per incontrare gli studenti parlando di don Peppino come uomo coraggioso, pastore esemplare.
Al termine dell’incontro ha visitato la Sagrestia della Chiesa di San Nicola dove avvenne l’omicidio di don Peppe.
Concludo con un ricordo su don Diana di don Maurizio Patriciello, nell’intervista che mi ha rilasciato un anno fa nei locali della Parrocchia di San Pio Decimo a Lucera.
“Guarda don Arturo, io sono stato uno dei primi ad arrivare quel giorno e quando sono entrato ero convinto che avessero già tolto il corpo di Peppino e invece era ancora là. Per cui quell’immagine mi si è scolpita nel cuore, nella mente, nell’animo e non se ne è andata mai più. Peppino ha aperto una strada e io penso che il problema della camorra è là dove siamo noi. Peppino è uno spartiacque tra il prima e il dopo e adesso il testimone passa a noi. Però una domanda me la sono fatta e me la faccio ancora anche quando ho visto Peppino a terra riverso nel suo sangue e quando sono stato a pregare sulla tomba di Padre Pino Puglisi a Palermo: «perché a loro si e a noi no»? Dunque se siamo uniti ci ammazzano tutti, oppure rinunceranno ad ammazzarci?”